Gran parte delle aziende lo ha sperimentato per la prima volta in questi mesi, scoprendo che la produttività è più alta, la creatività a volte meno: ma non è per tutti la stessa cosa. Secondo i dati dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, dal 2013 al 2019 la quota di lavoratori in smart working è quasi quadruplicata, passando da 150mila persone a 570mila. Si trattava, però, soprattutto di telelavoro e lo smart working in Italia era visto come una concessione al dipendente, spesso avversata dall’uso insufficiente della tecnologia, dall’assenza di digitalizzazione e da una questione culturale, che misurava il lavoro in base alla presenza e al tempo, più che ai risultati.

Così sta andando lo smart working in Italia
Così sta andando lo smart working in Italia

Le cose sono state stravolte dal lockdown. Secondo una ricerca appena pubblicata da Microsoft, in seguito all’emergenza sanitaria la quota di imprese italiane che ha adottato il lavoro flessibile è passata dal 15 per cento del 2019 al 77 per cento. Dati simili arrivano da una ricerca dell’ISTAT uscita a giugno: il 90 per cento delle grandi imprese italiane (cioè con più di 250 addetti) e il 73 per cento delle imprese di dimensione media (50-249 addetti) hanno introdotto o esteso lo smart working durante l’emergenza, contro il 37 per cento delle piccole (10-49 addetti) e il 18 per cento delle microimprese (3-9 addetti). Per dare un’idea, a gennaio e febbraio 2019 il personale a distanza era l’1,2 per cento del totale, a marzo aprile era diventato l’8,8 per cento.

Grandi aziende dove lo smart working in Italia funziona

Il passaggio improvviso allo smart working è stato spesso complicato, anche per le aziende più grandi che erano già abituate a gestirlo. Renato Mannozzi, direttore delle Risorse umane a IBM Italia, filiale di una delle più grandi aziende del settore informatico al mondo, racconta che lo «il lavoro da remoto era regolato con un accordo del 2003 che prevedeva che chiunque, in accordo col direttore, potesse utilizzarlo saltuariamente; era stato richiesto da circa 500 persone su 4.250».

Il lockdown non li ha trovati impreparati, perché tutti avevano già fatto un po’ di smart working e avevano gli strumenti per collegarsi da casa. «Non abbiamo mai chiuso le sedi principali», racconta Mannozzi, «e abbiamo permesso di andare in ufficio se c’era un’esigenza». Con il rientrare dell’emergenza nei mesi estivi, «abbiamo riaperto progressivamente le sedi principali di Milano e Torino mantenendo un numero di persone limitato rispetto alle postazioni; chiunque può andare in ufficio su base volontaria ma chiediamo di prenotarsi attraverso una app per garantire il non affollamento».

Durante il lockdown l’ufficio non è mai stato chiuso ma…

Un’esperienza simile è quella di GSK, azienda farmaceutica con circa 4.500 dipendenti in Italia. Beatrice Sandri, direttrice delle risorse umane, racconta che a Pharma, la divisione che si occupa della commercializzazione di farmaci da prescrizione e vaccini (i cosiddetti farmaci etici) «lo smart working c’era anche prima del lockdown e i dipendenti potevano lavorare da casa 8 giorni al mese, utilizzabili anche in mezze giornate. Quello che è cambiato, è che dopo il lockdown l’approccio si è capovolto: non si chiede più quanti giorni lavori da casa ma quando la presenza in ufficio ha valore». Aggiunge che «durante il lockdown l’ufficio non è mai stato chiuso ma il numero di persone non arrivava a 10 in una sede che ne prevede 400.

Ora la percentuale di persone che è presente in ufficio è di poco superiore al 30 per cento. L’azienda chiede che il dipendente sia reperibile in una data fascia oraria ed eventuali variazioni sono gestite in accordo con il manager. Dopo il lockdown gli orari di connessione sono stati flessibili per andare incontro, per esempio, ai genitori e ci siamo raccomandati di non fare riunioni tra le 12 e le 14 perché tutta la famiglia è a casa».

Chi fa ancora resistenza

Non tutte le aziende hanno avuto esperienze altrettanto positive e molte, soprattutto le più piccole, considerano lo smart working una risorsa temporanea e non una riorganizzazione utile del lavoro. Come spiega Lea Rossi, giuslavorista e partner dello studio milanese Toffoletto De Luca Tamajo, «le aziende italiane hanno spesso proprietà e dipendenti di una certa età, che non sanno usare la tecnologia e spesso c’è anche un problema culturale, perché sono abituate ad avere le persone in presenza e perché non hanno idea di come “smaterializzare” il lavoro, per esempio gestendo i business plan o il calendario delle presenze sulle app, o facendo le videochiamate. Molte piccole aziende hanno fatto subito tornare i dipendenti in ufficio e poche si sono organizzate, anche perché ci vogliono investimenti nel tempo che non si fanno in un anno di crisi». Continua a leggere…

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Per lo smart working allo stesso modo che per le lezioni online, dipendenti e studenti hanno bisogno di attrezzature minime per garantire l’efficacia della comunicazione da casa. È vero che possiamo utilizzare il cellulare o tablet per collegarci alle videoconferenze. Però dobbiamo tenere presente che a volte lo schermo sarà molto piccolo per vedere i documenti condivisi. E se devi scrivere rapporti o compiti una laptop e una stampante saranno sicuramente più utili.

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